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Lunedì, 14 Gennaio 2013 13:02

Riflessioni sulla remunerazione del lavoro contadino

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Ciao, come già annunciato, inizio ad inoltrare in lista alcune riflessioni che sono nate in CampiAperti dopo il primo incontro del gruppo che sta lavorando per g&c in val di susa. Vorremmo stamparle e distruirle una alla volta ai mercati e invitare le persone che vengono a fare la spesa a scrivere anche loro per poi distribuire anche le loro opinioni.

Una sorta di dibattito a colpi di volantini pubblici. Vorremmo anche portarle in aprile in val di susa possono essere uno spunto per iniziare un discorso.
Questo che vi attacco e allego l'ha scritto Germana. Ce ne saranno altri nei prossimi giorni.

Buona lettura,
michi

Il prezzo che proponiamo per i nostri prodotti non è il risultato di una contrattazione, un punto di equilibrio, tra domanda e offerta, ma semplicemente corrisponde al costo di produzione del prodotto stesso. Per questo le nostre aziende agricole sono di fatto “imprese no profit”, pagati i costi di produzione (quando va bene), non avanza nulla. Tra i costi di produzione nell’agricoltura biologica contadina la mano d’opera è senz’altro quello che incide maggiormente, stimiamo circa il 70-80%. La mano d’opera nella aziende contadine è sempre quella del contadino stesso, alla quale si può aggiungere, solo nelle aziende più strutturate, anche mano d’opera esterna. Il reddito del contadino quindi non è un profitto, come si diceva, ma la semplice remunerazione delle ore di lavoro che presta nella sua stessa azienda, e questo anche se è considerato dal punto di vista normativo un “imprenditore agricolo”. Ora, visto che il contadino non può modificare i costi dei materiali, dei carburanti, delle imposte e altro, quando il prezzo di un prodotto non arriva a remunerare interamente i costi di produzione, il contadino dovrà “risparmiare” sulla remunerazione delle sue ore di lavoro. È quello che accade normalmente, non è raro arrivare alla fine dell’anno e calcolare che le proprie ore di lavoro sono di fatto state pagate 3, 4, 5 euro l’ora. Quando l’annata va bene si arriva a pagarsi come un operaio avventizio.
Tutto questo per dire che quando non si riconosce un “giusto prezzo” di fatto si sceglie di svalutare il lavoro contadino, non si riconosce il valore di quel lavoro. Riconoscere un giusto prezzo dei prodotti permette la sopravvivenza delle aziende agricole contadine.

Ma cosa sono le aziende agricole contadine biologiche?
Sono aziende agricole non specializzate, di piccole dimensioni, la cui produzione è destinata essenzialmente alla vendita diretta o alla vendita in un circuito di prossimità.
Sono aziende agricole che, praticando l’agricoltura biologica, non utilizzano concimi o antiparassitari di sintesi, che quindi non restano nell’ambiente né come residuo negli alimenti.
Sono aziende agricole che essendo diversificate favoriscono la biodiversità e che salvaguardano gli elementi naturali nei territori agricoli.
Sono aziende agricole che utilizzano con moderazione le risorse disponibili, quali acqua e combustibili fossili, e che preservano nel tempo la fertilità dei suoli.
Sono aziende che utilizzano prevalentemente il lavoro dell’uomo rispetto ai capitali, discostandosi in questo completamente dall’agricoltura industriale.

Chi, acquistandone i prodotti, sostiene queste aziende agricole, compie una scelta personale, sulla qualità della propria alimentazione, ma anche una scelta che ha un valore sociale, sulla gestione dei territori, che sono anche e specialmente luoghi di vita, e sulla società, favorendo l’occupazione e il lavoro non alienato.

Tutto questo a volte porta a delle contraddizioni, quando il giusto prezzo diventa troppo alto per una parte della popolazione, a basso reddito, che trova nell’agricoltura industriale e chimica la disponibilità di alimenti abbondanti e a prezzi inferiori. È una contraddizione che non si può eludere. Tralasciando i casi, numerosi, dove questa difficoltà è più una percezione che una realtà, che deriva dalle priorità che si esprimono nei propri consumi (si preferisce risparmiare sul cibo e spendere in altro), o dagli stili di alimentazione (si privilegiano alimenti pronti, elaborati, carni e altri prodotti che dovrebbero essere consumati con moderazione…) dovremmo affrontare i casi dove il problema esiste veramente. È in questa assunzione di responsabilità verso le comunità che a mio parere sta la nostra alternativa economica.
Se creiamo luoghi dove le relazioni sono reali, dove non esiste conflitto di interessi tra produzione e consumo ma vera collaborazione tra persone, se riusciamo a creare veramente delle comunità, si può andare anche oltre il giusto prezzo, possiamo gli uni prenderci responsabilità verso gli altri, e concordare altri prezzi. Cosa significa questo in pratica? Significa che chiunque, parlando, mettendosi d’accordo con un contadino, può avere prodotti per la propria alimentazione e per la propria famiglia anche a prezzi molto bassi. Faccio solo alcuni esempi: andare a “spigolare” quello che resta nei campi già raccolti, raccogliere le piante spontanee commestibili che nelle aziende biologiche sono sempre presenti, acquistare le eccedenze a casse, o quei prodotti che vengono considerati “scarto” dal punto di vista commerciale ma che sono ottimi opportunamente cucinati, barattare o scambiare aiuto con prodotti, e tante altre cose che si possono inventare…infatti quello che in un bilancio aziendale non appare è la grande ricchezza prodotta in una azienda agricola contadina biologica, che può essere condivisa tra molti. Questo è fattibile quando davanti non si ha un banco di mercato, ma una persona, quando non è la merce quello che conta ma le relazioni che si creano. Se mettiamo al centro il bilancio si perde quella che è la forza della nostra proposta, al centro della quale ci sono le modalità di relazione, le persone. Tutti noi che partecipiamo alla costruzione di questa economia, sia coltivando la terra, che scegliendo di acquistare prodotti contadini, dovremmo porre molta cura nelle relazioni, e mantenere alta la capacità di inventare percorsi diversi, anche quando “i conti non tornano”.
A questo proposito cito un articolo di Murray Bookchin (…..) che mi sembra particolarmente illuminante: “Per essere più drastici: una carota “biologica”, un indumento tessuto in casa, un’asse di legno artigianale, o uno stivale di pelle fatto a mano, sono una semplice “cosa” a cui ci si rapporta impersonalmente in una cooperativa alimentare o in un laboratorio artigianale, come in un grande magazzino, se non portano con sé un messaggio etico che li rendano oggetti estranei ad una economia immorale. Una “cosa” in se stessa non darà mai voce ad un messaggio etico, solo perché di qualità, con caratteristiche ecologiche e d’utilità. Per quanto possa essere sana, nutriente, bella e priva di additivi nocivi per il corpo e il gusto, non diventa “buona” in senso morale solo per queste ragioni. La “bontà” morale può solo venire dal modo in cui le persone interagiscono tra loro, e dal senso di intento etico che danno alle loro attività produttive. È attraverso il modo in cui i beni sono scambiati o più radicalmente il modo in cui lo scambio è usato per distribuirli, che fa sì che “venditore” e “acquirente” cessino di essere polarizzati l’uno contro l’altro e facciano parte di una stessa comunità economica, uniti da un fraterno rapporto di complementarietà.

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Letto 2895 volte Ultima modifica il Sabato, 20 Aprile 2013 17:20